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In Italia si continua a torturare

di Matilde Giovenale
lunedì 23 febbraio 2009 di anik

Durante la votazione del ddl sicurezza i radicali del Pd propongono un
emendamento che introduca nel codice penale il reato, come il nostro
paese si è impegnato a fare 22 anni fa sottoscrivendo la Convenzione
Onu. Ma la modifica è stata bocciata per sei voti dal Senato, con
grande amarezza delle associazioni come Antigone, che si impegna a
denunciare il governo agli organismi internazionali

"Un voto vergognoso e indecente", così lo definisce Patrizio Gonnella,
presidente dell’Associazione Antigone. Parole di fuoco che nascono
anche dal parallelismo con il resto del mondo, in particolare oltre
Oceano, che rende la decisione di oggi ancora più amara: "Nei giorni
in cui il Presidente Obama decide di bandire la tortura negli Usa, il
Senato italiano a scrutinio segreto ha bocciato l’emendamento che
avrebbe introdotto il crimine di tortura nel codice penale italiano
",
spiega.

Il riferimento è alla votazione del ddl sicurezza da parte di Palazzo
Madama, durante la quale è stato presentato fra i vari emendamenti
anche quello dei due radicali eletti nelle file del Pd, Marco Perduca
e Donatella Poretti, e sottoscritto da altri 72 colleghi del Pd
(soprattutto) e dell’Idv (in minor numero), e con qualche scampolo
della dissidenza da parte della maggioranza (Salvo Fleres del Pdl).
L’emendamento prevedeva l’introduzione del reato di tortura nel nostro
codice penale. Un provvedimento per cui i radicali hanno chiesto, ben
consapevoli delle resistenze politiche, il voto segreto. Ma i numeri
non gli sono stati favorevoli: i sì sono stati 123, i no 129, 15 gli
astenuti. Per 6 voti l’emendamento è stato affossato.

Il governo aveva dato parere contrario anche se il sottosegretario
Alfredo Mantovano aveva proposto la trasformazione in ordine del
giorno: eventualità che i radicali hanno respinto chiedendo e
ottenendo che si procedesse alla votazione di una modifica in veste di
emendamento. Modifica bocciata.

In particolare il testo di Perduca e Poretti si riferiva al "pubblico
ufficiale" o all’"incaricato di pubblico servizio" reo di infliggere a
una persona "lesioni o sofferenze, fisiche o mentali", al fine di
ottenere da essa o da una terza persona "informazioni o confessioni",
ma anche di "punirla per un atto che essa o una terza persona ha
commesso o è sospettata di aver commesso", oltre allo scopo di
"intimorirla" o di "far pressione" o per qualsiasi altro motivo
"fondato sulla discriminazione". Per coloro che da pubblici ufficiali
o incaricati di pubblico servizio si fossero macchiati di tale
comportamento, il documento proponeva "la reclusione da quattro a
dieci ann
i". Pena aumentata se ne deriva una lesione personale e
raddoppiata in caso di morte. La stessa pena, infine, era prevista
anche per chi "istiga altri alla commissione del fatto, o che si
sottrae volontariamente all’impedimento del fatto, o che vi acconsente
tacitamente
".

Ma il testo non ha convinto evidentemente i senatori. Alla base del no
proveniente dalle file della maggioranza, come ha emblematicamente
sottolineato il parlamentare del Pdl Filippo Saltamartini, c’era il
convincimento che la modifica al ddl fosse "il tentativo di una norma
contro la polizia
". In verità un argomento debole, come ha spiegato il
senatore dell’Idv, Luigi Li Gotti, facendo riferimento all’ultimo
comma dell’articolo che appunto recitava: "qualora il fatto
costituisca oggetto di obbligo legale l’autore non è punibile
". Un
passaggio, ha concluso il dipietrista, che mirava proprio a "tutelare
le forze dell’ordine
". Tradotto, ha ribadito Li Gotti, "verrebbe
punito solo chi, trincerandosi dietro una divisa, viene meno ai
principi della Costituzion
e". Una specifica che ha infatti spinto a
sostenere l’emendamento anche tra le file dell’Idv, partito
tradizionalmente considerato vicino alle forze dell’ordine.

Certo, come ci ha spiegato Gonnella, quella che si è consumata oggi
non è una pagina gloriosa per la storia della democrazia italiana.
Tanto che la sua associazione, Antigone, ha già fatto sapere cosa
intende fare per rispondere: "denunceremo il governo italiano agli
organismi internazionali
".

La sicurezza invocata a grande voce dal governo, ci dice, sembra sia
rivolta "esclusivamente nei confronti dei deboli e non del potere,
proprio come accade nei paesi autoritari". Una norma che introduca il
reato di tortura è infatti, a suo parere, "una norma di civiltà, che è
stata voluta dall’Onu, che è presente negli ordinamenti democratici.
Non ratificarla significa nutrire un’idea selvaggia della democrazia.
Anzi, forse significa non avercela proprio
".

Eppure l’emendamento è stato affossato per pochi voti: fattore che non
cambia comunque il quadro generale. "Sicuramente i numeri odierni a
Palazzo Madama significano che qualcosa è stato scalfito, ma non
abbastanza
".

L’Italia ha ratificato la Convenzione Onu dell’87 senza mai tradurla
in legge inserendo il reato di tortura nel nostro codice penale (una
eccezione negativa nel resto dell’Europa). Una circostanza che ha
avuto ripercussioni negative su tante vicende giudiziarie, come ci
spiega sempre Gonnella. "Il G8, soprattutto il caso della caserma
Bolzaneto, e la prescrizione caduta come un macigno su quella pagina
triste, sono emblematici delle conseguenze che si creano sul piano
della giustizia per la mancanza di questo reato nel nostro codice
penale. Se fosse stato riconosciuto, infatti, i crimini di Bolzaneto
non sarebbero caduti in prescrizione perché il reato di tortura non
prevede la prescrizione"
.

Per non parlare dei tanti casi in cui è stata perpetuata la violenza
psicologica, che il reato di tortura comprende. Oltre alle violenze
carcerarie, che rientrano spesso in questo tipo di reato che da noi
però appunto non è previsto.

Perché non si riesce, dopo 22 anni, a superare l’empasse? Secondo il
presidente di Antigone perché nel sistema politico esiste "un
asservimento cieco alle forze di polizia che da sempre sono contrarie
a questa norma. Rispetto a tale resistenza, le forze politiche non
ragionano in modo terzo e indipendente".

Eppure l’introduzione nel codice pensale del reato di tortura non
sarebbe una "criminalizzazione delle forze dell’ordine", al contrario,
dice Gonnella, è un mezzo che "protegge la stessa polizia, per
ridefinirla nel suo ruolo di promozione e tutela dei diritti,
attraverso una limitazione del suo comportament
o". Allora la domanda
che si pone a questo punto è una sola: "Se le forze di polizia si
oppongono a tale legge, come non possiamo pensare male, cioè che non
vogliano accettare un confine al loro potere arbitrario?".

www.aprileonline.info, 04 febbraio 2009


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